Uomini e donne, insieme per la conquista di un nuovo modo di essere.

In occasione della Giornata internazionale della donna, voglio abbracciare calorosamente tutte voi donne che mi state leggendo e proporvi dei brani da leggere, tratti dal libro “Educazione al femminile”. È un invito a riflettere, per uomini e donne, ma anche un modo per far capire l’importanza del continuare a combattere gli stereotipi di genere e andare verso un cambiamento morale, verso l’accoglienza e il rispetto.
Noi donne, soggetti molto complessi, forti e di estrema importanza, abbiamo rivoluzionato il mondo e conquistato i nostri diritti, ma nonostante tutto questo, dobbiamo ancora lottare, per arrivare a una maggiore consapevolezza di sé e crescere, educare i nostri figli a una vita virtuosa, in modo da poter eliminare sempre di più la violenza.

La donna, sia a casa che a scuola, comunque educa, vale a dire insegna competenze, trasmette valori, fa apprendere condotte irrinunciabili per l’integrazione nella comunità nella quale il bambino che cresce è chiamato a vivere; e lo fa anche se, per ogni caso, con finalità, modalità, tempi, spazi e compagnie diverse. A lei per tradizione e per costume e ideologia in società cristiane – sarebbe interessante vedere in contesti culturali che non hanno dietro a sé millenni di ideologia religiosa ispirata al Vecchio e al Nuovo Testamento  e a una determinata storia sacra, che si deposita in testi scritti e iconici – è affidato primariamente il compito di un’acculturazione di base dei figli. Il che significa, le attribuisce non solo un ruolo preciso, ma anche un valore nell’ambito della società, le riconosce nel “milieu” domestico un posto di primaria importanza. Le vicende delle ultime generazioni, quando la donna è diventata libera di procreare oppure no, non diminuiscono tale significato, semmai lo rendono più cosciente.

(…)

 Soggetti imprevisti. Con questa espressione Carla Lonzi, una delle figure principali del femminismo italiano degli anni Settanta, definisce il nuovo proporsi delle donne sulla scena del mondo, nella luce di una visibilità sempre negata. Soggetti perché le donne non lo sono mai state, semmai specchi in cui potesse riflettersi l’uomo, forme minori dell’umanità, destinate a vivere nel cono d’ombra, figure potenti solo negli immaginari maschili, impauriti e nostalgici del luogo d’unione con la madre, o nell’esaltazione rimata dei poeti. Imprevisti, dunque, perché la storia degli uomini si è costruita nell’assenza femminile – o grazie all’assenza femminile – e non ne ha previsto la comparsa come oggetti con cui imparare a condividere i percorsi.

Scrive ancora Carla Lonzi:

Noi diciamo all’uomo, al genio, al visionario razionale che il destino del mondo non è nel andare sempre avanti come la brama di superamento gli prefigura. Il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto.

L’immagine imprevista è quella di procedere insieme, nel tempo e nel mondo, ambedue soggetti, differenti, donne e uomini. Il separatismo, allora, che è stato pratica del femminismo, si presenta come tattica temporanea, il bisogno di essere sole, di parlarsi tra donne, per inventare o ritrovare quei soggetti imprevisti, sempre negati.
(…)

Il cambiamento, però, c’è stato e ha mutato condizioni di vita e attese di sé nel presente e futuro, ha mutato le percezioni e autopercezioni di quel che significa essere donna, essere uomo, desiderarlo, divenirlo, ha mutato le relazioni tra i sessi private e sociali. Ed è stato anche rapido, sopratutto se confrontato con un passato sostanzialmente immobile rispetto alle concezioni di femminilità e mascolinità, ai destini dei soggetti sessuati.

Altri soggetti imprevisti, quindi, si sono presentati al mondo, le nuove donne e i nuovi uomini, figlie e figli di quel tempo e di quella proposta che le donne avevano fatto agli uomini, “il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto”, ma che cercano la strada – più o meno consapevolmente – per interpretare la propria proposta secondo quello che loro sono, secondo quanto sanno o vogliono cambiare di sé e del mondo.

Il cambiamento vero genera altro cambiamento e nel fluire del tempo e delle storie, collettive e individuali, si mostra difficilmente prevedibile.

Anche i soggetti maschili si devono adattare ai cambiamenti. Se il vissuto più diffuso è la difficoltà a riconoscersi nei modelli del passato, vi è la fatica, il disorientamento a ritrovarsi giovani uomini nella possibilità di percorsi innovativi. Tra un maschile confuso che mima ancora valori tradizionali, anche violenti, di virilità (e, come esempio estremo, ma ormai purtroppo quasi quotidiano, l’infinita catena di assasinii di donne da parte degli uomini che non conoscono altro strumento di reazione all’abbandono e alla disperazione) e un maschile – ancora largamente minoritario nel nostro Paese – che si cerca attraverso un pensiero di genere e di parzialità, soggetti nuovi e imprevisti rispetto a un passato in cui essere uomini aveva il significato di rappresentare l’universalità e la neutralità:
Negli ultimi anni è nata anche in Italia una rete maschile di riflessione critica sui modelli dominanti di mascolinità e di iniziative di uomini che scelgono di prendere parola sulla violenza, sui rapporti tra i sessi, su culture e linguaggi generati dal patriarcato a partire dalla loro identità e dala loro esperienza sessuata.
Anche se minoritaria, questa ricerca e questo pensiero degli uomini, si inserisce in una crisi più diffusa dei modelli della virilità patriarcale e normativa e influenza il senso comune e la percezione e autopercezione diffusa, che, se pure confusamente, registra il malessere maschile. (…) La perdita dell’universalità, significa il superamento di quella condizione che Stefano Ciccone chiama miseria maschile, e, apre gli spazi alla crescita di nuove possibilità per gli uomini, l’apparire al mondo, forse, di altri soggetti imprevisti.
(…)

Quello che è accaduto e quello che è cambiato nelle narrazioni delle donne e uomini si legge nei racconti della storia che ha accompagnato la nostra esistenza e ognuno può, o dovrebbe, poterlo leggere nella propria storia.
Ma questo significa proporsi un compito arduo, di intrattenimento, concentrazione soprattutto su di sé che non tutti o tutte sono disposti ad assumersi: eppure è il passaggio necessario per avviarsi alla proposta educativa, alla proposta di ricerca di sé da rivolgere agli altri e alle altre e che sostanzia questa pedagogia delle ovvietà. (…)
L’educare assolve il suo compito etico, dunque, nel momento in cui aiuta il divenire persona di ciascuno, questa donna o questo uomo, la ricerca di sé, la critica, il dubbio, gli approdi temporanei, il continuo sapersi progettare nel teatro interiore, nel teatro delle relazioni con gli altri e le altre, in cui l’essere e agire virtuoso si apprende come indissolubilmente legato alla coscienza di sé e alla coscienza, consapevolezza dell’esistere altrui.
Per un’educazione all’essere e divenire soggetti morali, che sanno attribuire valori, operare scelte, interpretare e dare significato personale – ma avviando anche il nuovo che è in ciascuno e ciascuna – alle architetture collettive di senso. Senza smettere di considerare, in qualunque stagione della vita, la propria opera di ricerca come un possesso mai definitivo, sempre da rinnovare, una sapienza, al tempo stesso, irrinunciabile e temporanea.

Vorrei che si leggesse questa mia riflessione che si sviluppa nella storia dei generi e delle generazioni, come una proposta trasformativa (utopica) verso un altro mondo, in cui si raccontino altre e nuove storie tra i due sessi,  in cui la coscienza di sé, come individuo sessuato divenga per ognuno assunzione di responsabilità morale, vera, e forse ovvia, nel momento in cui il nuovo, che porta al mondo i soggetti imprevisti è inanzitutto, e forse non è necessario dire molto altro, una coscienza di rispetto, accoglienza e cura delle differenze e molteplicità, pluralità dell’essere donne e uomini.

Barbara Mapelli

 Foto tratta da Pinterest

Vivere Adesso

Appena vedo qualche fiocco di neve, impazzisco di gioia. Ahaha!!! Ma poi, quando i fiocchi sono scesi a miliardi, come si fa a non guardare con dovuta ammirazione il manto bianco formatosi, e non improvvisare una bella pista per scivolare con il bob? Non si può resistere, no no.

Stamattina, ho caricato in macchina i miei figli e una loro amica e siamo partiti a divertirci, a casa della nonna. Giornata magnifica, mi mancava tantissimo buttarmi sulla neve, spensierata. Ecco, spensieratezza è la parola giusta per descrivere ciò che ho sentito. Si parla tanto del vivere “qui e ora” ed è una cosa veramente difficile da fare, perché i mille pensieri quotidiani non ci danno mai tregua, però non bisogna mai demordere. Ogni tanto dobbiamo provare a calmare la mente e concentrarci soltanto sulle cose che facciamo in questo preciso istante, senza pensare a ieri o domani. Grazie anche alla neve, per me è stata una giornata meravigliosa, ho vissuto veramente il presente…

C’è una domanda, letta nel libro di Eckhart Tolle “Il potere di Adesso”, a me rimasta impresa: “Adesso hai qualche problema?” Sono andata a cercarla nel libro e vi saluto così, trascrivendovi qualche frase:

“Per un attimo, dimenticati della tua situazione esistenziale e presta attenzione alla tua vita.
Qual è la differenza?

La tua situazione esistenziale esiste in relazione al tempo.

La tua vita a adesso.

La tua situazione esistenziale è creata dalla mente.

La tua vita è reale.

Trova lo stretto passaggio che conduce alla vita. Si chiama Adesso. Restringi la tua vita a questo momento. La tua situazione esistenziale può anche essere piena di problemi (molte lo sono), ma prova a vedere se c’è qualcosa che non va in questo istante. Non domani,né tra dieci minuti, adesso. Adesso hai qualche problema?
Quando hai troppi problemi, non c’è spazio per far entrare niente di nuovo, né per una soluzione. Perciò, tutte le volte che puoi, crea un intervallo in cui trovare la vita sotto la tua situazione esistenziale.
Usa appieno i tuoi sensi. Vivi nel punto in cui ti trovi. Guardati attorno. Osserva e basta, senza interpretare. Cogli lo spazio che permette a tutto di essere. Entra in profondità nell’Adesso.”

Correre per sentirsi vivi

Correre? Sì, corro,
ma non rincorro più nessuno…
C’è il posto, qui, d’accosto a me.
Corriamo assieme?

Foto da Pinterest

Un altro giro di giostra – Tiziano Terzani

Ok, non ci riesco… ci ho provato, ma mantenere il segreto mi macina dentro. Sputerò il rospo. Faccio parte di quelle persone che s’innamorano facilmente. Mi bastano poche frasi e ci casco subito. Non ho una colpa, esse s’infilano sotto la mia pelle e cominciano farmi gioire. È quasi un anno che mi capita molto spesso di innamorarmi, ma non sempre l’amato è lo stesso. Questa volta, a rubarmi il cuore è stato lui, Tiziano Terzani, attraverso il suo ultimo libro Un altro giro di giostra. Contiene talmente tante bellissime riflessioni che ho fatto una grande fatica a sceglierne un solo brano da condividere con voi. Spero vi piaccia.

Ero matto, io? No. Ero solo vecchio, senza più obblighi, e volevo essere quello che ho sempre voluto essere: esploratore. Non più del mondo esterno – più o meno quello l’ho conosciuto -, ma del mondo che da sempre i saggi di tutte le culture dicono essere dentro di noi.
L’uomo moderno pensa sempre meno a quel mondo. Non ne ha il tempo. Spesso non ne ha l’occasione. La vita che facciamo, specie nelle città, non ci fa più pensare in grande, presi come siamo a correre in continuazione dietro a un qualche dettaglio, a una qualche piccolezza che ci fa perdere il senso del tutto. Me ne ero accorto, alla fine, nel mio stesso mestiere. Dovevo raccontare le guerre, ma non chiedermi il perché, con tutto il progresso di cui l’uomo si vanta, le guerre sono ancora così parte della sua esistenza e perché, quanto più civili e progrediti sono i paesi, tanto più investono enormi capitali per studiare nuove armi capaci di uccidere sempre meglio e di più.
E poi, fino ad alcuni anni fa, raccontare una guerra poteva servire, perché la gente si ribellava; un massacro commuoveva ancora. Oggi anche raccontare non serve più. Ogni giorno ci sono nuove storie di massacri, ingiustizie, torture, ma ci si fa appena caso. Siamo sopraffatti. Pensiamo di non poterci fare nulla e così tutti diventiamo sempre più complici del più semplice dei crimini: l’indifferenza.
Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in Occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così è lei stessa diventata “l’oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi.
La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci che cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare?
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La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C’è una strada già tracciata. Procediamo per quella.

Un caldo abbraccio a tutti e buone riflessioni!
Giorgiana

La scrittura come cura di sé

Dagli studi sull’autobiografia di questi ultimi venti anni, che implicano una ridefinizione del soggetto di scrittura, del canone e dell’autobiografia come pratica politica, oltre a una valorizzazione della memoria, sono venuti alcuni degli stimoli più interessanti riferibili non soltanto al campo letterario, ma a tutta la cultura di fine millennio. L’approccio autobiografico, utile a ripercorrere gli itinerari già attraversati e ad analizzarli per comprendere le dinamiche, può aiutare a liberarsi dai pregiudizi e dagli stereotipi indotti dall’esperienza culturale vissuta e a maturare idee e prospettive diverse. Ogni storia permette di prendere in considerazione fino alle conseguenze più estreme, pensieri ed emozioni da cui le convenzioni di vita ordinaria solitamente ci tengono lontani. È un processo di crescita personale che permette di conoscere l’esperienza propria e altrui. Ogni storia compresa tra la prospettiva del narratore e quella del ricevente, è un’opera aperta il cui significato si realizza soltanto grazie all’interpretazione che ne dà il destinatario. I racconti sono “palestre dell’ammaestramento alla vita”, attraverso le quali, si familiarizza con il mondo e si esplorano le proprie possibilità, poiché la narrazione per un verso è azione (il narrare) che si apre alle possibili configurazioni dell’immaginario, per un altro è relazione (si racconta a qualcuno che ascolta) e creazione di contesti. “Fare storie” significa non solo narrarsi ma anche sentirsi vivi attraverso le emozioni che non si situano prima o dopo la parola ma la pronunciano, la evocano, la animano ogni istante, nell’intreccio che contraddistingue il “discorso vivente”, la comunicazione condivisa rispetto alla meccanicità della mimesi. Nella stesura del testo è possibile rifarsi al precedente testo orale, modificarlo e ampliarlo. La scrittura si rivela cruciale per l’apprendimento perché ricompone la distanza tra interiorità ed esteriorità, anzi possiamo affermare che oggi la soggettività si costruisce con il linguaggio: c’è bisogno di parole, in particolare di parole scritte, cioè di un atto di auto trasformazione che può diventare una specie di atto di nascita di nuovi soggetti narranti. Dentro ciascuno di noi ci sono dunque, contemporaneamente, un io e una lei o un lui, un noi e un loro. Un procedimento narrativo è incompleto se non si sottopone all’onere della presa di distanza, rappresentato dalla lettura della propria storia come se fosse stata scritta da un altro o come se non gli fosse mai appartenuta. Lo scrittore, diventando lettore di sé, si scopre diverso da chi pensava di essere.

Brano tratto da “Educazione al femminile” di Raffaella Biagioli.

GRAZIE! ❤

Sapete, mi sento colma di gratitudine, ma se non ve lo dico, voi come fate a saperlo?
Oggi, voglio soltanto ringraziarvi.

                        G R A Z I E
                   D I   C U O R E ! ❤

Foto da Pinterest.

Il bene si fa e si dice :)

Difronte a chi compie un gesto di altruismo e magari lo racconta, perché la sua azione l’ha reso talmente contento da sentire il bisogno di esternarla, gli altri reagiscono pensando subito che il suo sia un modo di vantarsi. Sappiamo tutti, i detti tipo “il bene si fa, ma non si dice” oppure  “il bene si fa in silenzio, tutto il resto è palcoscenico.”
Mi sorgono spontaneamente delle domande: Perché? Perché il bene non si deve dire e il male è sulla bocca di tutti? Perché la maggior parte dei mass media parlano più del male che del bene? Sicuramente più o meno 70% delle notizie riguardano fatti di cronaca nera. Perché? Non pensate che forse se questo 70% sarebbe dedicato alla divulgazione di atti di altruismo, magari sarebbe fonte d’ispirazione per tutta la popolazione? Potremo avere la bellissima sorpresa che questi atti vengano imitati e che essi scaturiscano  una catena di gesti d’umanità. Non sarebbe bello? E anche se certe persone, pur di vedersi protagonisti per qualche minuto, compieranno atti di generosità, che problema ci sarebbe? Avranno sempre fatto una buona azione. Sarebbero atti di finto buonissimo, dite? Sì, sicuramente, ma non è sempre meglio avere gesti di bontà che cattiveria e violenza? Non é forse proprio tutta questa violenza con cui veniamo inoculati da bambini, attraverso varie forme, che ci influenza negativamente?
Dobbiamo imparare sempre più a parlare di atti di generosità, bontà, umanità. Dobbiamo contagiarci di cose positive non negative. Se la televisione o le altre forme di informazione ci lasciano un senso di tristezza, bisogna eliminarla e trovare altre fonti che ci faranno star bene.
Se parlar del bene significa vantarsi, allora anche parlare del male dovrebbe avere lo stesso significato. Giusto? Quindi, ci vantiamo del male in tutti i modi possibili, attraverso tutti i mass media, ma non ci sembra così, anzi è una cosa normale. Perché lo facciamo? Perché ci lasciamo condizionare così tanto?
Sono stanca, stufa di sentire parlare più del male che del bene. A me piace ascoltare racconti di gesti nobili, altruisti. Mi rallegranno. Dove ci ha portato il modo di pensare che il bene si deve fare, senza parlarne?
Contagiamoci con i gesti altruisti e i sorrisi! Succedono veramente tante cose belle in questo mondo, iniziamo a concentrarci e parlare di più, di esse! Se tutti o la maggior parte della popolazione, facessimo questo cambiamento, sarebbe un ottima rivoluzione.

Vi abbraccio
Giorgiana.

Foto dal web

Specchiati!


Oggi, anzi adesso, fai qualcosa di piacevole per te.
Sì, p
roprio così. Non aspettare niente da nessuno, sii tu per primo a volerti bene ed essere gentile con te stesso/a. Poi se lo farà anche qualcun altro, ben venga, la gioia sarà doppia. 🙂
Fai una cosa, fidati di me. Vai nel bagno e chiudi la porta. O se sei da solo/a, vai davanti a qualsiasi specchio. Guardati! Guardati bene e sorridi!
Oh, che bello! Ahahaha!
Chiamati! Sul serio, chiamati! “Gio! Gio! Gio, ci sei?” Ahahah! Fai un bel respiro profondo e continua a sorridere, dì a te stesso/a che sei forte. “Sei forte, ti meriti il meglio che c’è! Sei forte, puoi fare ogni cosa.”
Guardati negli occhi. Sei unico/a, bello/a, sei tutto ciò di cui hai bisogno per caricarti le batterie. Continua a sorridere e sii fiero/a di te!
E adesso vai. Vai! Vai davanti allo specchio. Tornerai a leggere più tardi.
Specchiati e SORRIDI alla vita!

Foto da Pinterest

Com-prendere

“Credo che a parole come comprensione e accoglienza, parole che nel tempo e con l’uso hanno perso significato, hanno perso spessore, si debba ridare significato e consapevolezza. Com-prendere, abbracciare… al di là del capire, del piano puramente intellettivo, comprende appunto una componente emozionale, di attenzione alla relazione, alle differenze, ma anche all’identità, per superare la paura. Comprensione parla della capacità empatica di poter sentire ciò che vive e sente l’altro.”
(L. Magazzeni e P. Arcesilai – MIUR)

Un caldo abbraccio! ❤

Foto da Pinterest

Un altro tipo di analfabetismo :)

Vi lascio due frasi a me piaciute tanto da rachiuderle in una bella fotografia. 🙂 

“Dobbiamo augurarci tutti – e noi adulti per primi – di essere analfabeti.
Quell’analfabetismo che non ci fa mai sentire arrivati, chiusi in illusorie certezze, ma disponibili allo stupore da cui nasce prepotente il bisogno di capire.” (Ciotti, 2011)

Lo stupore può essere considerato il motore dell’intelligenza.

Vă las două fraze care mi-au plăcut atât de mult încât le-am închis într-o frumoasă fotografie. 🙂

“Trebuie să ne dorim – noi adulții în primul rând – să fim analfabeți.
Acel analfabetism care ne face să nu ne simțim niciodată împliniți, închiși în certitudini iluzorii, însă disponibili la acea uimire din care naște cu aroganță necesitatea de a înțelege.” (Ciotti, 2011)

Uimirea poate fi considerată motorul inteligenței.